Sonia Arienta – L’eleganza del nero – Tragicommedia multimediale in più atti.

Dal 3 al 23 novembre – presso Edicola Radeztky, viale Gorizia, lato Darsena, Milano.
Inaugurazione ore 18.30, azione performativa dalle 19.00 (1h 15′ ca)
Ogni lunedì e giovedì sera dalle 19.00 azione performativa (30′ ca). L’installazione è in trasformazione costante, quotidiana.
L’eleganza del nero – Secondo Atto di Atti di fede (ovvero gli esercizi di Ignazio), tragicommedia multimediale in più Atti, work in progress – è un progetto di drammaturgia urbana incentrato sul disorientamento cromatico, generato da percezioni e informazioni contraddittorie.
E’ incentrato sull’uso destabilizzante del colore, come elemento principale nell’Esercizio della vera fede. Credere quello che i gruppi di potere vogliono che si creda, fino agli estremi è un’azione determinante nell’esercizio della manipolazione.
E’ sufficiente chiamare le cose, i fatti, le situazioni con il nome “sbagliato” per creare il necessario spostamento logico e innescare la manipolazione. In questo lavoro, quindi, i protagonisti sono i colori nel ruolo di elementi strategici nella comunicazione di massa a scopi manipolatori.
Nella sfera pubblica e in quella privata, attraverso questo progressivo estraniamento dalla realtà si edulcora la medesima, si abbellisce, si trucca che non piace al singolo individuo e a intere masse.
“Il vero colore” appare soltanto a chi riesce ad andare oltre le apparenze di notizie fasulle, di titoli gridati, dove non c’è più distinzione fra campagna pubblicitaria e informazione autorevole.

In questa opera di drammaturgia urbana work in progress, il colore mostrato è contraddetto dal nome che lo denota. Si apre quindi uno scarto giocato sulla contrapposizione fra un colore primario e il suo complementare. Il giallo è definito viola, l’azzurro è chiamato arancione, il rosso è descritto come verde…Oppure, chi guarda è “obbligato” ad associare ai colori parole contrastanti, opposte alle convenzioni della società occidentale.
L’atto di fede prevede che si creda ciecamente a ciò che viene scritto o detto, in virtù dell’autorevolezza dell’oratore, senza controllare o mettere in discussione la veridicità delle parole…
Questo è ciò che avviene (e senza che la maggior parte delle persone si accorga) nelle forme di persuasione sleale. Chiamare le cose con i nomi sbagliati, fare credere una cosa alfine di depistare, nascondere verità scomode, controllare e distrarre le masse con diversivi che distolgano l’attenzione dai problemi reali sono strategie impiegate da chi gestisce la comunicazione di massa per conto terzi, ovvero per i gruppi di potere che per mantenere la loro egemonia esercitano forme diverse di controllo (sociale, economico).
Per questo, la consapevolezza e la coscienza critica sono gli antidoti agli effetti dell’iperproduzione di messaggi terrorizzanti, intimidatori, seduttivi/seducenti, provocatori, tentatori, della comunicazione tossica, inquinata, spacciata per “autorevole”.
La storia dell’Edicola Radeztki e delle sue funzioni assegnatigli nel tempo potenziano il concetto su cui si fonda L’Eleganza del nero: lo smascheramento delle forme di manipolazione nella comunicazione.
Nel XIX secolo era un luogo della città direttamente connesso all’esercizio del potere istituzionale repressivo, censorio, per eccellenza, ovvero quello dell’Impero Asburgico. Qui venivano affissi editti e proclami, con quel che implicavano in termini di oppressione della popolazione.
Ordini, imposizioni più o meno vessatorie da parte di un regime straniero, conservatore e bigotto, fra i principali fautori della Restaurazione e delle sue politiche reazionarie.
Nei primi anni del XX secolo, quello stesso spazio si trasforma in edicola, ovvero il “contenitore” e diffusore di notizie che plasmano l’opinione pubblica, con censure manifeste e latenti, a seconda dei periodi.
Attualmente, l’Edicola nel suo essere sede di manifestazioni artistiche, è un “faro”, una lanterna che illumina la città, collocata su uno spazio-isola, “sospeso” sull’acqua dei Navigli e della Darsena, da cui inviare ai naviganti segnalazioni che sollecitino a sviluppare e coltivare spirito critico, in mezzo al mare urbano.

La manipolazione psicologica ottenuta attraverso la persuasione sleale, la propaganda fa appello a sentimenti ed emozioni elementari, ma si avvale di mezzi sofisticati sfruttando la tecnologia, la sua possibilità di creare “dipendenza” (come nel caso dell’uso continuo degli smartphone e della reperibilità continua di notizie più o meno attendibili su internet).
Ho pensato a una sequenza drammatica incentrata sui colori (primari e secondari) e su un materiale molto povero ma con la possibilità di creare “effetti” efficaci a basso impatto tecnologico. Si tratta di un voluto contrasto fra semplicità dei mezzi e risultato.
Il Primo Atto del progetto Atti di fede (ovvero gli esercizi di Ignazio) si intitola Il vero colore ed è composto da una serie di Poli(t)tici componibili, di dimensioni medio grandi, dipinti a tempera, o acrilico su tessuto di nylon. I primi li ho realizzati durante la residenza come artista ospite su invito presso Archivio-Viafarini, da gennaio ad aprile 2023.
Ignazio naturalmente è Ignazio di Loyola, autore degli Esercizi spirituali (1548), ovvero una forma di meditazione e concentrazione per creare una realtà parallela in cui calarsi per vivere un preciso stato d’animo.
Si diventa persuasori di se stessi sovente per rispondere a una sollecitazione proveniente dall’esterno, dal contesto di appartenenza. Si può arrivare a un’auto ipnotizzazione collettiva, scambiando per proprie credenze, le sollecitazioni esterne.

Prosegue nei prossimi giorni, fino al 23 novembre 2023, all’Edicola Radeztky, in Darsena L’eleganza del nero, Atto Secondo di Atti di Fede, una tragicommedia multimediale in più atti, il cui primo Atto è stato inaugurato in occasione della mia residenza come artista invitata presso l’Archivio di Viafarini a Milano.

Ho pensato questo lavoro come un organismo in mutazione continua, con piccole varianti di colore e luminose a bassissima tecnologia. Da un certo punto di vista, per quanto le manipolazioni che avvengono attraverso la persuasione sleale al momento si avvalgano e passino per strumenti sofisticati sul piano tecnologico, i meccanismi di base che le regolano sono estremamente “semplici” per essere efficaci.

Al di là, quindi, del “rumore” fragoroso della comunicazione di massa, gridata, colorata, accesa, invasiva, le finalità e le funzioni obbediscono a leggi elementari legate alla sollecitazioni delle emozioni maggiormente capaci di generare reazioni immediate: la paura, il terrore, l’avidità, l’orgoglio, la cupidigia, la gola.
Bisogni primari ancestrali vengono messi in gioco sapientemente per ottenere coinvolgimenti rapidi, ma non sempre duraturi. Questa è infatti una “debolezza” della manipolazione, il “bersaglio” ubbidisce sì agli impulsi, ma per un periodo limitato di tempo, non appena il ragionamento riprende il controllo (di solito avviene…) e vengono considerati i dati a disposizione il soggetto può cambiare idea.

Per questo “serve” la ripetizione del messaggio, tipico della propaganda (politica e pubblicitaria, i meccanismi sono molto simili): l’obiettivo è non dare tregua per riflettere e prendere una posizione “autonoma”, basata appunto sul ragionamento e sulla riflessione.
L’eleganza del nero è un atto contenente molte scene possibili. Questa rappresentata all’Edicola Radeztky è una. Originariamente avevo pensato di ricorrere a neon luminosi con scritte colorate (sempre a colori invertiti, rispetto alla parola, quindi un neon a luce blu per la scritta della parola “arancione”, o a luce verde per la parola “rosso”).
Ho però rinunciato a questa soluzione per questa installazione, perché nel luogo dove si trova, nel bel mezzo della Darsena, luogo iconico del divertimento e del consumismo di massa, sarebbe stata perfettamente integrata e fin troppo mimetica rispetto al contesto.

Sarebbe stata semplicemente vista come uno dei tanti dispositivi luminosi che formano l’universo “pop”, già fin troppo abusato anche sul piano estetico. Ho così optato per una soluzione molto poco tecnologica, “naif”, nei supporti adottati e al contempo legata alla presenza di una scrittura “dal vivo”.
Mi sono immaginata inoltre un’altra soluzione che evidenziasse anche “l’anonimato”, o piuttosto la dimensione occulta della propagazione di alcune notizie, o il depistaggio, la disinformazione, l’alterazione voluta dei fatti così spesso facilmente riscontrabile nella comunicazione di massa, attraverso molteplici mezzi di “informazione”.
Le scritte infatti avvengono su un materiale molto povero (carta velina) che funge da “lavagna” e “in diretta”, ma la mano che traccia le lettere resta una presenza misteriosa, posto che il corpo e il viso di chi scrive restano volutamente nascosti, così come sono nascosti i “mandanti” e i divulgatori autentici di molte notizie e fatti, anche molti gravi (dalle stragi ancora insolute, alle vere cause e ai promotori dei conflitti).

Il vetro dell’Edicola in questo caso diventa uno schermo e al contempo un “foglio” di informazione, un luogo in cui appaiono “gli editti”, ovvero gli “ordini”. Senza contare che questo ruolo di trasmettitore di notizie è ulteriormente ribadito e accentuato, sul piano simbolico, dal fatto che le vetrate componenti ciascun lato l’Edicola sono tripartite, proprio come un articolo a tre colonne su ciascuna facciata e che nel complesso siano visibili tre lati per un totale di nove colonne (il formato tradizionale di un giornale)…
Proprio questa forma, sintetizzata da tre rettangoli, acquista un valore fondamentale nella progettazione di questo Atto Secondo. E’ utilizzata anche come guida, o formato, per la composizione di “fogli” di lettura, piccoli “ritagli” di giornale, con una scelta di parole associate per contrasto a un colore.

Per esempio, la parola “pulcini” è scritta svariate volte in viola (complementare del giallo, normalmente il colore associato all’idea di “pulcino”), al sostantivo “zucca” (anch’esso ripetuto a comporre un’intera colonna) è attribuito il colore cyan (complementare dell’arancio).
Le parole scelte per “gli articoli” sono state raccolte attraverso una piccola call di prova, aperta ad amici residenti a Milano, ma in futuro sarà ampliata a chi vorrà dare il suo contributo, così da comporre una sorta di “quotidiano” a colonne colorate, con tinte inversamente abbinate rispetto all’idea comunemente collegata al concetto.

In questo lavoro convivono quindi due elementi basilari utilizzati nella comunicazione di massa: da una parte lo schermo che fa da “separatore” fra chi comunica il messaggio e chi lo riceve (i vetri disposti sui quattro lati dell’Edicola Radeztky) e il formato dell’articolo a “tre colonne” ripetute per tre volte. Non è un caso che proprio nove colonne siano il formato del quotidiano classico…
