
Eccoci arrivati al momento delle restituzioni nei Comuni di Rimella e di Rossa del mio progetto di drammaturgia montana partecipata, curato da Gabi Scardi! Sabato 25 maggio alle ore 18.00 e domenica 26 maggio alle ore 11.30 si apriranno per un mese due percorsi espositivi in due spazi concordati con le istituzioni locali e che hanno un ruolo significativo per la storia della comunità locale.

A Rimella la restituzione ha sede in una dimora storica, di recente acquisita dal Comune, posta di fronte al Municipio, sulla piazza principale del paese, raggiungibile attraverso un piccolo sentiero lastricato costeggiato da prati. Si tratta di Casa Omodei, un tempo utilizzata come casa per le vacanze da parte dell’omonima famiglia.

I locali al piano rialzato, a cui si ascende per una piccola doppia rampa simmetrica di scalette, ospitano il percorso espositivo costituito essenzialmente da lavori di tipo installativo interattivo. I visitatori oltre che guardare, osservare, infatti, sono invitati a leggere brevi testi, sfogliare, aprire piccoli oggetti strettamente legati al rapporto affettivo ed estetico con il paesaggio e il territorio da parte degli abitanti e dei villeggianti storici.

A Rossa il percorso espositivo avrà invece luogo al Teatro, sede di una storica associazione filodrammatica della Val Sermenza e un punto importante di incontro per la comunità locale.


In entrambi i luoghi si potranno incontrare le reinterpretazioni delle risposte raccolte durante gli incontri fra me i residenti e quanti frequentano con regolarità Rimella e le sue frazioni, avvenuti durante la residenza artistica recentemente avvenuta nel mese di aprile. Si tratta delle domande che rivolgo invariate in tutti i sei Comuni partecipanti al progetto “Nidi, nodi. Fluidi”.

Non occorre prenotare, ma per info potete contattare i Comuni:
RImella: 0163-55203
Rossa: 0163-75115
E i nostri profili Instagram @drarmmaturgieurbane @nidinodifluidi e tik tok: @nidinodifluidi


Appunti di viaggio attorno a Rimella
La serie di residenze artistiche necessarie alla realizzazione del progetto di drammaturgia montana “Nidi, nodi. Fluidi” di Sonia Arienta, curato da Gabi Scardi per i Comuni di Alto Sermenza, Carcoforo, Civiasco, Rassa, Rimella e Rossa è arrivata alla sua conclusione della sua prima fase, nel Comune di Rimella, piccolo comune dell’Alta Valsesia.
Anche questo paese è stato scelto per la sua collocazione in un importante punto di valico, in questo caso in tre diverse direzioni, verso la contigua Val Mastallone, ovvero verso Fobello (e Cervatto), verso la Valdossola (Bagno Anzino) e verso la Valstrona (Campello Monti). Sul piano storico occorre inoltre ricordare che si tratta del primo insediamento walser in Valsesia.

Sul piano paesaggistico e sociale il Comune ha un’altra caratteristica particolarmente interessante: è costituito da ben dodici frazioni dalla più bassa (Grondo, 961 m. slm) alla più elevata (San Gottardo, 1329 m. slm), il primo nucleo abitativo rimasto ancora in uso dopo la fondazione dell’antico villaggio) tutte dislocate lungo due vallate percorse da due torrenti, distribuite a diverse altitudini.
Un altro di questo Comune è l’aspetto selvaggio e imponente delle montagne che lo circondano, sebbene la maggior parte di queste non sia particolarmente elevata (fra i 1800 m e i 2000), tranne alcuni rilievi che raggiungono i 2100-2300 metri (Corno del Sole 2163, Altenberg 2394, Pizzo Nona 2251).
Complice le nevicate tardive, capita di camminare a 1500 metri e avere la sensazione di essere già a 2000…probabilmente la presenza della neve e, in generale, il fatto di essere agli inizi della primavera, con precipitazioni abbondanti dell’ultimo mese, amplifica questa percezione, sommata alla presenza di rocce, strapiombi, pareti molto impervie e frastagliate.

Da un punto di vista architettonico le case sono costruite principalmente in pietra, con tetti in piode, anche se sopravvivono ancora alcuni edifici in legno con le tipiche “lobbie” per appendere ad asciugare il fieno e in un caso anche un tipico edificio walser molto antico con gli angoli con travi ad incastro e con base appoggiata su cunei di legno risalente circa al XVI secolo.
Un’altra caratteristica degna di nota di questo paese è la sua vicinanza relativa a Varallo, da cui dista venti chilometri, da percorrere in direzione della Val Mastallone fino al bivio che da una parte conduce a Fobello, dall’altra a Rimella, appunto.
Il lavoro di ricerca e di contatto con gli abitanti è stato condotto a partire dai contatti promossi da facilitatori istituzionali che hanno iniziato a presentare alcuni abitanti all’autrice del progetto.

Anche in questo caso la presenza di un bar-ristorante-albergo storico frequentato abitualmente dai residenti è stato importantissimo, soprattutto anche grazie alla collaborazione molto attiva e preziosa delle proprietarie che hanno aperto canali preferenziali di comunicazione con i loro concittadini.
La raccolta delle schede, grazie a questi aiuti e alla notevole disponibilità delle persone, nonostante la dispersione sul territorio degli abitanti, è stata molto più rapida che negli altri Comuni, così come la quantità di storie raccolte è stata più facile e più abbondante che in altri luoghi. Già dopo una settimana di permanenza è stato così possibile raccogliere un quantitativo di schede che supera di poco la metà dei residenti effettivi.
La prima parte di questa residenza è stata impiegata soprattutto nel lavoro di contatto e intervista degli abitanti, rispetto agli altri Comuni visitati. Infatti, i sopralluoghi in quota sono e saranno in questo caso più ridotti a causa della presenza di nevicate abbondanti recenti, seguite negli ultimi giorni da un rialzo notevole e anomalo delle temperature che hanno reso molti percorsi difficoltosi a causa della neve “marcia”.
Nonostante il calore di alcuni giorni fa che in parte ha sciolto la neve sui versanti a sud e a sud est, permangono vaste zone innevate esplorabili solo in parte con attrezzatura non alpinistica. Le escursioni sono effettuate con il ricorso a ramponcini, ma senza piccozza e ramponi da ghiaccio.

Gli ostacoli principali sono i coni di neve nei torrenti, i cumuli lasciati dalle valanghe, la portata d’acqua dei torrenti che costringono a compiere ampi giri fuori sentiero, la neve in cui si sprofonda fino a metà coscia e che impedisce – in assenza anche di ciaspole – di salire in quota superiore ai 1700 metri circa sui versanti ancora innevati.
Questo aspetto della presenza della neve, o dell’acqua nei torrenti rende completamente diverso l’approccio per esempio all’installazione fotografica “Bacheca pubblica”: il materiale consisterà soprattutto di foto fornite dagli abitanti, in alcuni casi anche appartenenti ad archivi personali, o di riprese a una certa distanza. Gli alpeggi più elevati, sovente posti fra i luoghi preferiti dagli abitanti, sono quasi tutti ancora inaccessibili.
Per quanto riguarda invece la scelta degli alberi preferiti anche in questo caso, come è avvenuto in altri Comuni, c’è un albero scelto dalla maggior parte degli abitanti, scelta corrispondente ancora una volta, a questioni culturali ed economiche risalenti a periodi lontani nel tempo e che evidentemente sono diventati parte di una tradizione di relazioni fra persone e piante.
Quale sia l’albero non lo possiamo svelare….lo si scoprirà solo il giorno dell’inaugurazione del percorso espositivo, previsto per sabato 25 maggio.

Il nostro diario di bordo da Rimella, dove ho trascorso un periodo di quasi venti giorni in residenza artistica, si occupa di fare alcune riflessioni, da una parte legate al paesaggio, dall’altra alle problematiche legate alla sua conservazione.
E’ indubbio che questo paese goda di panorami e visuali splendide, lo sguardo si posa direttamente sulle cime dei monti molto vicini, poiché le due valli che compongono il territorio comunale sono strette, i fianchi che le delimitano sono particolarmente impervi e articolati. Le montagne sono davvero a “portata di mano ” e di occhi, con un impatto estetico elevato, ancor più con la neve, come ho potuto constatare in questi giorni.

Il fatto che le varie frazioni siano molto ben conservate sul piano architettonico, sia per quanto riguarda le abitazioni in sasso, sia per quelle in legno (meno numerose perché perse in passato a causa di incendi, frequenti per ovvie ragioni) e che la natura sia stata molto generosa sul piano della varietà del paesaggio rende Rimella una realtà montana degna di grande considerazione e di grande fascino.
Al contempo, proprio in virtù di questa “bellezza innata” si pongono anche alcune problematiche legate proprio alla conservazione di questa sua caratteristica. Questione che, peraltro, condivide anche con gli altri Comuni montani già visitati, dove in alcuni casi si sono posti in passato e quindi sono già stati affrontati in modo più o meno efficace e più o meno rispettoso del territorio, a seconda del periodo storico in cui sono avvenuti.
Il nodo centrale è la conservazione dello status quo paesaggistico, ovvero la tutela del territorio, così com’è, o piuttosto così come è stato ereditato dai genitori. Nei fatti, da questo punto di vista, si solleva una problematica enorme.

Le persone che vengono da “fuori”, in particolare dalle città, sono molto restie, per non dire nettamente contrarie, alle “manomissioni” di questo status quo. La vista, o meglio la visione, di un panorama molto appagante induce a desiderare di mantenerlo così com’è, senza alcun “ritocco” e adeguamento ad alcune comodità universalmente già acquisite nella società occidentale che abita in pianura.
D’altra parte, se si considerano invece le esigenze di alcuni abitanti che risiedono nelle frazioni raggiunte solo da sentieri e ancor più la speranza di limitare lo spopolamento del territorio, di offrire una condizione di abitabilità compatibile con la “contemporaneità” per poter garantire nel tempo un numero adeguato di presenze, la prospettiva è completamente diversa.
Il conflitto fra questi due punti di vista è evidente soprattutto per quanto riguarda l’asse viario. Tuttavia, se si desidera assicurare una continuità a queste realtà montane a rischio di isolamento e di spopolamento occorre che il contrasto sia in qualche modo risolto, con un dialogo che assicuri al contempo interventi reversibili, leggeri.
In un ambiente montano selvaggio, il cemento e la devastazione del paesaggio sono gli elementi che più terrorizzano un cittadino in vacanza lunga, o breve, estiva, o da finesettimana. Le migliorie della mobilità a misura di automobile, in ogni caso, non devono devastare il territoro, per esempio, con il ricorso a materiali che provochino impermeabilizzazione del suolo e annullino le caratteristiche principali della conformazione dei luoghi.

La reversibilità degli interventi è un elemento fondamentale per la tutela del paesaggio e la sua trasmissione alle generazioni future. Questo è ormai un dato di fatto assodato e acquisito da parte delle amministrazioni più sensibili.
Rimella, da questo punto di vista è stata particolarmente lungimirante, perché è molto ben conservata, come scrivevo sopra e spero che continui ad esserlo a lungo, o piuttosto per sempre… In effetti, se si desidera investire su un turismo di nicchia, consapevole, di qualità, è opportuno considerare e capire il punto di vista di chi viene “da fuori” e sceglie un posto speciale che va tutelato senza museificarlo.
La museificazione del territorio è in effetti un pericolo da evitare, perché porta allo spopolamento e alla falsificazione, o alla mitizzazione di un passato più o meno remoto che rischia di diventare sterile per i piccoli paesi di montagna.
Una caratteristica che emerge nel trascorrere il tempo a Rimella è la sua autenticità e questo è un fattore importantissimo da mantenere. Le case, il territorio sono stati conservati, ma senza congelare abitudini e modi di vita. Per cause diverse, nonostante lo spopolamento che ha riguardato questo Comune, come gli altri montani in tutto il Piemonte, la vita delle persone sembra comunque essere ancora basata su relazioni forti fra gli abitanti.
Per quanto il mio sia solo uno sguardo esterno, mi è parso però di cogliere una rete di relazioni umane notevoli, come attestano la presenza di ragazzi molto affezionati al luogo, ben disposti a socializzare, a fare musica insieme (in particolare grazie alle fisarmoniche e al canto) e di anziani che chiacchierano fra di loro, giocano a carte con regolarità nel loro punto di ritrovo abituale.
Nella frazione centrale di Rimella, Chiesa, la presenza di un bar-ristorante-albergo storico ha da questo punto di vista una grande importanza, anche grazie alla gentilezza e alla generosità fuori dal comune delle proprietarie. Ma anche nella frazione di San Gottardo ben due punti di ritrovo pubblici, garantiscono altrettanti posti di scambio e relazione.

La connessione internet in questi luoghi è uno strumento importante per evitare l’isolamento, così come la possibilità di lavorare da remoto data ormai a molti lavoratori che possono salire dal fondovalle e dalle città più facilmente dopo la pandemia.
D’altra parte, chi decide di vivere quotidianamente in un ambiente particolare, esposto alla difficoltà di comunicazione (in realtà i mezzi pubblici assicurano quattro corse al giorno, situazione che permette una buona raggiungibilità anche a chi non ha la macchina), alla necessità in molti casi di uscire dal Comune per recarsi al lavoro, agli elementi naturali(in particolare a nevicate copiose), ha anche gli “anticorpi” necessari ad affrontare situazioni complesse.
Occuparsi di drammaturgia montana significa riflettere anche su questioni e problematiche scomode, ma delle quali è meglio parlare, per poter assicurare a posti unici per la loro bellezza e per la determinazione di chi li abita un futuro stabile di presenza.

Nel corso della residenza artistica a Rimella (VC), il cui territorio per buona parte è inserito del Parco dell’Alta Valsesia (Ente Gestione Aree protette Vallesesia), ho avuto modo di esplorare alcuni luoghi molto interessanti, per quanto tutti i punti più in alto non erano raggiungibili con l’attrezzatura che avevo con me, a causa delle recenti nevicate, piuttosto sorprendenti, dato il periodo (aprile avanzato) e l’altitudine (inferiore ai 2000 metri nella maggior parte dei casi).
Se altre zone montane del Piemonte Orientale non distanti in linea d’aria – la Valgrande in particolare – di solito a quest’epoca sono sgombre di neve a quote analoghe, sulle alture di Rimella ho trovato numerosissimi canaloni occupati da valanghe che ho potuto attraversare con ramponcini e più in quota lunghi traversi ricoperti di neve pesante.

Un altro fattore da tenere presente è anche la portata d’acqua dei torrenti, lungo i sentieri segnalati. In alcuni casi è impossibile guadare nel punto previsto e occorre cercare varianti che allungano anche di molto il cammino!
Drammaturgia montana significa anche scoprire i luoghi più adatti ai percorsi espositivi, pensati sempre su misura del Comune ospite, delle abitudini dei suoi abitanti e della frequentazione dei visitatori dal fondovalle. In questo caso mi è stata segnalata dalle istituzioni locali un’abitazione storica, recentemente acquisita dal Comune.
In particolare utilizzeremo le due stanze poste al piano rialzato, una delle quali, vi anticipo, dotata di un elegante caminetto in marmo, pronte a essere rimesse a nuovo (o quasi) per l’occasione, in attesa di un restauro integrale dell’intera abitazione, di per sè piuttosto grande.

Significa anche osservare con attenzione le caratteristiche architettoniche delle case più antiche e, in generale, erette fino a un centinaio di anni fa, alla ricerca di materiali e tecniche costruttive tipiche del territorio e che aiutano a comprendere meglio come le persone si relazionavano agli elementi che avevano a disposizione, come attualmente il paesaggio stia cambiando, in quale direzione.
Una delle soluzioni più sorprendenti, per esempio, riscontrate a Rimella, in alcuni esempi tuttora visibili, è l’incapsulamento dell’abitazione in legno – tipicamente walser – in una di pietra, a prova di incendio. Molte case, infatti, andavano perdute proprio a causa del materiale con cui erano costruite. Così, la soluzione al problema, a costo contenuto, è stato il “rivestimento”. Una casa a strati, in sostanza: calda all’interno, più solida e “inattaccabile” dalle fiamme all’esterno.
Per quantoriguarda la trasformazione del paesaggio, invece, un tratto comune alla maggior parte dei piccoli comuni di montagna che ho visitato per il progetto, avere un territorio particolarmente boscoso, in sostituzione progressiva dei pascoli di bassa e media quota. Con la decrescita degli allevamenti a conduzione famigliare, un tempo diffusissimi, la natura ha ripreso il sopravvento e gli alberi si diffondono di nuovo.
Da questo punto di vista sono andati persi, in modo più o meno rilevante, a seconda dei luoghi visitati, anche i campi terrazzati e adibiti un tempo a coltura, ma a Rimella in alcuni casi si stanno rimettendo a coltura, in modo sorprendente, in posti dove non ci si aspetterebbe, perché ciò avviene in frazioni o addirittura in alpeggi sopra i 1400 metri.

Una delle piante coltivate a Rimella per tradizione era la canapa con cui si producevano filati e tessuti, a livello domestico, insieme alle patate. Al momento ho visto alcuni campi di granoturco e più in alto mi sono stati indicati, appunto, terrazzamenti creati per coltivare patate e che dovrebbero essere riutilizzati.
Ma stanno iniziando anche altri esperimenti di coltivazione, per esempio con le piante officinali, in terrazzamenti preesistenti, anche in questa occasione, recuperati con tanta fatica e molto entusiasmo, su versanti ben esposti e soleggiati.
Il recupero di aree un tempo coltivate e, in alcuni casi, anche di vecchi alpeggi è un timido segnale, ma onnipresente nelle aree visitate, di una ripresa di interesse per il territorio da questo punto di vista, con le sue peculiarità e la sua conformazione che non fa sconti alla fatica e alla difficoltà di coltivazione.

Chi sceglie di abitare questi ambienti, sia perché vi è nato , sia perché li ha scoperti a un certo punto della vita, è molto motivato e disposto ad “allontanarsi” da certe comodità di vita che a molti sembrano irrinunciabili (ma non è detto che lo siano davvero).
D’altra parte, fra le fortune di Rimella ci sono la sua vicinanza a Varallo, la sua perfetta connessione internet, a differenza di altri luoghi montani, la presenza di un ambulatorio medico, di ben tre punti di ritrovo (bar-ristoranti e in due casi anche albergo) e di un ufficio postale, elementi che permettono di poter godere della bellezza dei suoi panorami e al contempo del collegamento regolare con il resto del mondo.

Appunti da Rossa
Cambiamo Comune di residenza artistica e ci strasferiamo in Val Sermenza, non più a Carcoforo, né ad Alto Sermenza ma a Rossa. Nonostante i chilometri che ci separano dai precedenti siano circa una quindicina il paesaggio e le condizioni climatiche sono completamente diversi. Ciò significa che anche le abitudini e le condizioni di vita, le esigenze sono differenti.
La vista è ampia e dominante direttamente sul fondovalle, dove scorre il torrente Sermenza (che dà appunto il nome alla valle). Rossa è posta ad un’altitudine inferiore rispetto a Carcoforo e ad Alto Sermenza, di circa 500 metri e sorge su un versante esposto a sud.

Due caratteristiche che determinano un clima a sé stante che rende il luogo particolarmente caldo d’inverno. La neve (quando ancora scende) resta per periodi limitati. Questo ha reso possibile coltivare nei secoli passati molte qualità di verdure e cereali (dal grano, al mais, oltre che alla segale), o di importare alberi esotici come le palme, o mediterranei come i melograni.
La varietà di raccolti, di piante da frutto, di fiori è un tratto distintivo del luogo, conosciuto in zona come la “riviera” della Valsesia. Questa “facilità” di produzione e di fertilità del terreno perdurano ancora oggi, si possono osservare moltissimi orti privati, pressoché ogni abitazione ne ha uno destinato a una produzione domestica variegata (dalle zucche, a presenze più “esotiche” come pomodori, peperoni, zucchine, insalata, oltre a presenze più montane come porri, cipolle, patate, carote, cavoli, rape.

Mi soffermo a parlare degli orti di Rossa non solo perché sono curatissimi e molto belli da vedere, circondati da bordure colorate ed erbe aromatiche, ma perché in un progetto di drammaturgia montana, dal mio punto di vista, è importante osservare e comprendere come questi dettagli influenzino la vita delle persone che abitano il territorio.
Non solo. Queste presenze sono così importanti e “massicce” che si trasformano inequivocabilmente in personaggi importanti del luogo. Non si possono escludere. Si guadagnano il centro della scena. Sia perché sono una fonte per la sussistenza delle persone, sia dal punto di vista paesaggistico.
Basta fare un giro per le vie del paese per rendersi conto della loro importanza e della loro diffusione. Nel costruire un progetto di drammaturgia montana si fanno incontri a sorpresa che possono evolversi in aggiustamenti del progetto stesso, per lasciare spazio a singoli, specifici personaggi. Gli orti, in questo caso.

Un’altra tipologia di personaggi (incontrati peraltro anche a Carcoforo) sono le capre e le mucche. Anche qui gli animali sono lasciati liberi di cercarsi i loro spazi per nutrirsi, escono dalle stalle verso maggio e vi rientrano verso novembre. Anche qui gli allevamenti intensivi, per fortuna, sono assenti, le mucche e le capre vengono munte a mano, mangiano il fieno raccolto sul posto nella maggior parte dei casi. Mangimi chimici non si usano.
Fra le presenze che si fanno notare per la loro abbondanza rientrano anche le fontane e i lavatoi. Mi hanno riferito che se ne contano circa una ventina, distribuite fra le varie frazioni di cui si compone il Comune di Rossa. Ma questo paese riserva anche ben altri due motivi di sorpresa: la presenza di una banda e di un piccolo teatro. Per il momento non rivelo altro riguardo a questi ultimi, perché saranno il soggetto del prossimo articolo.

Sul piano dell’interazione con gli abitanti – che non sono mai gli unici personaggi al centro dell’attenzione!- le modalità di contatto e di incontro sono leggermente differenti da Comune a Comune. In questo caso, ho iniziato gli incontri grazie alla mediazione di un facilitatore residente, una guida diciamo, che mi ha introdotta e presentata ad alcuni abitanti il primo giorno del mio arrivo.
Ho fissato così i primi appuntamenti per dialogare e nei giorni successivi a poco a poco sono seguiti altri incontri casuali, a partire anche dal principale luogo di incontro in questo momento dell’anno, il negozio al centro del paese, dove più o meno tutte le mattine le persone vanno a comprare il pane, o altri generi di prima necessità.

Un altro mezzo fondamentale di contatto è il passaparola, con cui gli abitanti che ho già incontrato mi presentano ai vicini di casa, o ai conoscenti con cui hanno rapporti abituali. A questo insieme di possibilità, aggiungo sempre gli incontri casuali che mi capita di avere con passanti o con persone intente a lavorare negli orti, nei campi o sugli alpeggi.
Una “problematica” nella fase di raccolta delle interviste è il fatto che Rossa sia costituita da numerose frazioni, disposte in ogni direzione. Questo significa che, oltre a prendere contatti con gli abitanti del nucleo principale, mi devo spostare nei diversi “distaccamenti”, alla ricerca di persone e non è facilissimo perché molti di loro lavorano nel fondovalle e devo aspettare di trovarli in casa o negli orti, ma questo fa parte del gioco!

Le esplorazioni del territorio, gli incontri con gli abitanti proseguono nel Comune di Rossa, al momento coinvolto nella raccolta dati del progetto di drammaturgia montana partecipata “Nidi, nodi. FLuidi”, mentre un caldo , totalmente “folle” per la stagione e un sole che il pomeriggio rende rovente muretti e case di pietra, nonostante ormai ci approssimiamo alla metà di ottobre.
Fra i personaggi non umani protagonisti di Rossa ci sono due presenze molto interessanti da segnalare. La banda di Rossa, ovvero la Società Filarmonica, fondata alla fine dell’Ottocento (1882). Al momento è composta da ventisette musicisti condotti dal loro Maestro (Davide Ferrarato succeduto al suo predecessore Daniele Arbellia, direttore storico del gruppo, ora in “pensione” in questo ruolo, ma sempre attivissimo come clarinettista del complesso e non solo).

I musicisti si ritrovano regolarmente a provare durante tutto l’anno, in una sala pubblica e accompagnano manifestazioni nel corso delle attività del loro Comune e di altri della valle, ma non sono mancate neppure trasferte all’estero, in Francia, o fuori regione.
Fino a qualche tempo fa era a disposizione anche il teatro di Rossa, al momento sede di un’altra attività, ma potrebbe essere che in futuro (e glielo auguriamo) possano recuperare la loro sede al chiuso, per quanto le sonorità della banda siano più facilmente associate a spazi esterni. D’altra parte in un ambiente alpino, durante i mesi invernali un luogo al chiuso appare indispensabile, soprattutto se si pensa alla possibilità di eseguire concerti.

Li ho visti al lavoro durante una celebrazione pubblica, una piccola festa religiosa locale, dove hanno eseguito brani sia sacri, sia profani fuori e dentro la chiesa parrocchiale e anche durante una prova dove hanno mostrato una prima vista ottima.
Un incontro inaspettato e piuttosto sorprendente riguarda, invece, la presenza “massiccia” di reperti archeologici molto antichi, ovvero coppelle e contenitori di pietra sgrossata, rinvenuti sugli alpeggi. La presenza di moltissimi oratori su diversi versanti, a parte essere l’ennesimo strascico della Controriforma quanto mai invasiva in queste zone “di confine”, infestate da “eretici”, potrebbero anche essere una riconversione di antichissimi luoghi di culti pagani.
Da questo punto di vista, sembra che la zona non sia ancora stata oggetto di studio approfondito, mancano al momento segnalazioni di sentieri “delle coppelle”, o sopralluoghi, scavi che considerino alcuni oggetti in pietra rinvenuti in quota da pastori e proprietari di alpeggi.

Fra i personaggi principali non umani incontrati finora, come ho già anticipato nella scorsa “puntata”, ci sono gli orti e i giardini. In particolare in questo momento gli abitanti sono impegnati nel raccolto delle patate che in molti casi vengono lasciate a maturare nei campi naturalmente pacciamati da erbe lunghe e invasive che hanno il ruolo di proteggere i frutti sotto terra e mantenerli alla giusta umidità finché vengono “cavate”, a mano, con la zappa.
Seguono le zucche e le zucchine, delle quali si trovano segnalazioni vistose sul piano cromatico, affidate ai loro rispettivi fiori che si incontrano lungo i muretti a secco delle terrazze in cui sono ospitati gli orti,o direttamente sul terreno.
I funghi costituiscono un argomento più delicatoe. Mi chiedo, infatti, da giorni, perché le persone per la maggior parte provenienti dal fondo valle si sentano autorizzate a razziare i boschi di porcini e ferré, come se niente fosse.
Riempiono zaini oltre misura e si trascinano a valle con il loro carico con aria arrogante, rubandosi “zone” a vicenda e facendo gare a chi arriva prima in un luogo “speciale” solo con l’obiettivo di arraffare la quantità più elevata possibile di frutti. Nella maggior parte dei casi non si pongono la domanda sulla “quantità” di funghi che sottraggono agli animali e alle persone del luogo. Senza contare che nella maggior parte operano in modo abusivo (senza patentino e relativi pagamenti).

Questo senso di onnipotenza e di mancanza di rispetto per il territorio e i suoi abitanti è, d’altra parte, uno degli atteggiamenti adottati da chi si accosta alla montagna (come a qualsiasi altro angolo del pianeta) in un’ottica di mero, ottuso sfruttamento delle risorse disponibili, lasciando in cambio, cartacce e rifiuti lungo il percorso.
Per quanto riguarda il regno animale, settembre e ottobre sono la stagione degli amori per i cervi e in questi giorni in effetti, dal pomeriggio alla notte, al mattino presto e in alcune giornate anche nel bel mezzo del pomeriggio si ascolta in stereofonia una serie di bramiti che, grazie all’effetto eco delle montagne, si diffondono in tutto il Comune.
Alcuni abitanti mi hanno riferito che la presenza di cervi qui è piuttosto recente, risale introno alla fine degli anni Novanta e al momento è considerata una presenza piuttosto “invadente” e “nociva” per i camoisci che sono stati privati del loro cibo dai “cugini” con le corna lunghe e con un appetito robusto.
Oltre ai cervi e ai loro richiami, si possono inoltre sentire di notte numerosi uccelli notturni.In queste due puntate mi sono soffermata sui personaggi non umani perché gli abitanti hanno messo al centro delle loro storie proprio gli animali, domestici e selvatici. Abbiamo raccolto materiale riguardante la vita negli alpeggi in compagnia di mucche, pecore, capre, galline, conigli e maiali.
Quando infatti le famiglie salivano in quota per far pascolare il bestiame tutti gli animali venivano portati, così da essere sorvegliati e curati direttamente dai proprietari. Arrivati in alpeggio galline e conigli venivano liberati sui prati e lasciati fuori per tutta la giornata, mentre di sera venivano ricondotti nelle stalle o, piuttosto, rispettivamente nei pollai e negli “stabbiotti”.
La percezione del luogo e degli spazi, dei singoli elementi naturali, il legame affettivo con il territorio è sempre molto personale e quindi impossibile da generalizzare, tuttavia, emerge anche in questo piccolo Comune, nella maggior parte dei casi un forte radicamento, un attaccamento molto forte alla terra, alla famiglia.
Le persone che abitano in montagna restano perché sono convinti di starci, desiderano starci e se scendono lo fanno sovente a malincuore e solo se non hanno alternative. E la mancanza di alternative, deriva di solito dall’assenza di strutture e servizi indispensabili (ambulatori, negozi di alimentari, trasporti), tagliati e sottratti loro da cittadini che si occupano di gestire la montagna e i suoi abitanti….
